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Cultura e Spettacolo

29/03/2015

Soldato semplice, un patacca al fronte

Un bel film di Paolo Cevoli, misurato, ironico, che fa pensare.


Articolo e foto di: Matteo Franzoni



Paolo Cevoli, conosciuto dal grande pubblico di Zelig, la fortunata trasmissione televisiva di Canale 5, come Assessore alle «Attività Varie ed Eventuali» del comune di Roncofritto, da qualche anno si dedica anche al teatro e ora esce con il suo primo film, “Soldato semplice, un patacca al fronte” distribuito dalla Koch Media, nelle sale cinematografiche da giovedì 2 aprile, dove Cevoli è sia attore che regista.


La trama

Gino Montanari (Cevoli) romagnolo è un insegnante di lettere, un incallito donnaiolo, poco credente agli atti di puro eroismo profusi per la patria che nel 1917 vengono inculcati agli studenti prendendo spunto anche dalle gesta della piccola vedetta lombarda, dal libro “Cuore” di Edmondo de Amicis che Montanari rigetta, anzi getta letteralmente fuori dalla finestra della finestra della classe. A causa di questo gesto e delle sue idee libertine viene costretto dal preside ad arruolarsi come volontario al fronte nel corpo degli alpini in un avamposto in Valtellina.

Il ruolo del romagnolo sarà quello di eliografista per trasmettere segnali morse tramite la luce del sole. Gino non ha nessuna esperienza di montagna nè di vita militare.

All’inizio del film la guerra passa in secondo piano per mettere in evidenza l’intreccio di vite umane, le differenze, le incomprensioni e i campanilismi tipici di una Italia stretta e lunga.

Il protagonista, che non ha certo l’età della leva obbligatoria, si trova a convivere con ragazzi che provengono da tutta Italia tra cui Pasquale Aniello (Antonio Orefice) di Capri, analfabeta, che diverrà il suo assistente.

Il ragazzo che tanto si affeziona a Gino è sveglio e industrioso verso tutto ciò che lo circonda e in lui Montanari riconosce gli stessi principi morali della madre: Dio, patria e famiglia. I due legano molto da subito nonostante il romagnolo sia ateo e convinto che il matrimonio sia la tomba dell’amore. Aniello considera Gino un eroe perché volontario in guerra mentre Gino si sente un vigliacco tentando in tutti i modi di tacere al ragazzo il perché si trova in guerra. Poi un segnale morse dall’altra parte della montagna “Sursum Corda!” (In alto i cuori), la guerra, il nemico, oltre all’amicizia con Aniello, cambieranno la vita di Gino.


Ridendo si racconta la storia

Il film mette in risalto gli aspetti drammatici della prima guerra mondiale, oltre al nemico c’erano il freddo, la fame e le malattie. Lo fa con una semplicità ironica disarmante e questo rende la pellicola irresistibile. Il personaggio principale di Gino è una figura tipica romagnola, il patacca. E’ ironico, vitale e fanfarone e trovandosi di fronte a situazioni drammatiche sarà costretto a dare il meglio di sè. Gli altri personaggi hanno connotazioni forti che danno uno spaccato delle regioni d’Italia e nonostante il contesto tragico non rinunciano all’ironia con gag e battute. L’intento del film è raccontare i valori, l’umanità e il coraggio degli italiani di cento anni fa facendoci sorridere e riflettere sulla situazione attuale per portare i nostri cuori sempre più in alto.


Scene particolari, intriganti e avvincenti

Cevoli si è avvalso per la scenografia di Leonardo Scarpa (“Una gita scolastica”  di Pupi Avati…) e per il montaggio di Simona Paggi (“La vita è bella” di Roberto Benigni…) ottenendo così grazie a questi professionisti scene di vitalità travolgente.


La scena iniziale, che è chiaramente un omaggio a “Mediterraneo” di Salvatores, è degna di nota per i colori e la bellezza del luogo.


L’immagine del soldato che muore è descritta con semplicità, eleganza e seppur tragica colpisce per la mano tra i sassi che lentamente si chiude terminando un’esistenza e confondendosi cromaticamente con il suolo restituendo tutta la drammaticità del momento senza mostrare al pubblico una sola goccia di sangue.


Due sono le immagini dei riflessi: la prima quando il preside (Ernesto Mahieux) che parla con Gino volendosi imporre come istituzione, viene ripreso riflesso in un piccolo specchietto. La seconda riprende Elvira (Paola Lavini) riflessa sulla specchiera dell’armadio affianco al letto.


Incantevoli i paesaggi di Bormio in Alta Valtellina e del Parco Nazionale dello Stelvio, che come cartoline pervenute dal passato ci donano emozioni fortissime.


Paolo Cevoli a ruota libera

Racconta Cevoli di questa sua prima fatica alla regia in cui si è sentito come un bambino alle prime esperienze con il pongo e i gessetti, non sapeva cosa dire agli attori. Si è divertito davvero tanto e ha deciso di mostrare loro come avrebbe interpretato lui questa o quella scena e gli attori in modo libero e professionale le hanno recitate alla perfezione.


Ha dichiarato che ci sono volute quasi sei settimane per girare il film e quasi 4 mesi di montaggio. La prima stesura del soggetto del film è stata scritta da Cevoli un anno e mezzo fa.


Svela di essersi ispirato al nonno Pietro Cevoli. Da piccino vedeva sempre la sua foto con l’eliografo e di averlo mitizzato, confessa poi non senza ironia di aver preso sempre da lui il “Patachismo”. Finita la guerra il nonno rimase tre mesi di più sui monti per sfuggire a una donna che lo voleva sposare. Poi tornò a casa a Riccione fin quando non ricevette una lettera da parte di questa donna. Subito comprò un cappotto e un berretto da marinaio e con due valigie fece il giro dei parenti salutando e dicendo che sarebbe partito per l’America, ma la realtà è che si trasferì per sette mesi da un cugino.


Dopo aver raccontato i personaggi a Stefania Rodà, responsabile del casting, ha espresso la volontà di voler trovare tutti attori di teatro, con volti belli ma non tanto noti e stravisti nelle commedie e che sono stati esaminati 380 attori.


Poi dedica un pensiero agli alpini definendoli un misto tra i tre moschettieri, i cowboy e Valentino Rossi, sempre pronti allo scherzo, a cantare e bere, però quando è necessario pronti ad atti di eroismo rischiando la vita per alti moralismi e ideali.

Confessa di averli dipinti nel film in maniera forse un po’ fumettistica ma con l’intento di mitizzarli. Avrebbe voluto inserire nel film anche una parte dedicata a Francesco Baracca, tipo sanguigno, donnaiolo e focoso, però calmo e freddo in azione di guerra sul suo aeroplano…come secondo lui sono gli alpini.


Svela di aver scelto un tema storico perchè appassionato di storia e stufo di vedere film ambientati in pizzeria, studio di lui e camera da letto di lei. E poi non ha saputo resistere al fascino della divisa  che a suo dire rendeva lui e gli altri attori decisamente affascinanti, forse dovuto dal fatto che Cevoli non ha fatto il servizio militare avendo prestato servizio civile.


Sulla scena di pianto che ha dovuto interpretare ci racconta che la sua forza è stata “l’ignorantezza”...non sapendo fare nulla asserisce di improvvisare senza prove, giocando e divertendosi a fare l’attore. E questa spudoratezza rende pulita e genuina la scena.


Conclude la conferenza stampa dicendosi felice perché su un sito internet hanno dato una stella al suo film e la pensione che avevano i suoi genitori invece non aveva mai ricevuto nemmeno una stella e la sua stella per lui è già un risultato.


Una pellicola piacevole per gli occhi, dai buoni sentimenti, che ironizzando in modo elegante fa riflettere sulla tragedia della guerra senza mai scadere in visioni crude e volgari.

Adatto alle scolaresche e a tutti gli italiani vogliono capire chi siamo imparando chi eravamo.

 

 

 

settembre 2017


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