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Agroalimentare

21/11/2017

Quanto costa l'olio extra vergine di oliva


Articolo e foto di: Luisella Meozzi



Da quando la grande distribuzione organizzata di prodotti alimentari ha abituato l’acquirente al reperimento costante di qualsiasi cibo in qualsiasi stagione, il senso critico del cittadino ha cominciato a venir meno. All’inizio si parlava più che altro della stagionalità – nessuno sa più in che mese maturano le fragole, si disperava – e ben presto l’avvitamento acritico di questo ad altri fondamentali aspetti della dismessa cultura alimentare italiana ha condotto la situazione alle estreme conseguenze. Quali sono? Prendendola leggermente alla larga, si può dire che una delle migliori espressioni di queste conseguenze è rappresentata dall’espositore per la vendita degli oli di oliva, presente praticamente in ogni punto vendita. Se il negozio è ben fornito, il divertimento è assicurato: si può comprare una bottiglia da 75 centilitri di olio definito Evo (Extra vergine di oliva) a partire dai 5 euro – per la precisione, spesso sono 4,99 – fino ad arrivare ai 18-20 e oltre. Se si è fortunati, peraltro, si può usufruire di provvidenziali offerte promozionali che abbassano il prezzo addirittura a 3 euro e 50 centesimi per litro, e magari si porta a casa un prodotto con una bella etichetta Dop. Da sbellicarsi dalle risate, come promesso. Sarebbe invece facile eccepire che il prezzo di ogni merce oscilla tra un minimo e un massimo dettati da alcune condizioni: quelle che evidentemente dovrebbero definirne la qualità. Ora, il consumatore critico – già il fatto che lo si definisca consumatore meriterebbe una dissertazione a parte – dovrebbe perlomeno sentirsi sbeffeggiato. È mai possibile che sia tutto olio Evo italiano?

Una prima risposta a cotanto dubbio la si può trovare sul sito dell’Istituto Controllo Qualità e Repressione Frodi del Ministero delle politiche agricole che, nel report 2016, riporta testualmente: “Operazione ‘Mamma Mia’ diretta dalla Procura della Repubblica di Trani […] Le attività hanno portato al sequestro di copiosa documentazione commerciale e informatica nonché al sequestro di 76 tonnellate di olio extravergine di oliva e il ritiro dal mercato di ulteriori 275,6 tonnellate. Nel complesso sono stati sequestrati dall’ICQRF 351.600 litri di olio! Il complesso sistema di frode prevedeva il ruolo di imprese “cartiere” pugliesi e calabresi che emettevano falsa documentazione attestante l’origine italiana di olio extravergine di oliva, in realtà spagnolo e/o greco. Mediante artifizi e triangolazioni documentali, l’olio veniva venduto come Made in Italy ad ignari imbottigliatori per il confezionamento e la distribuzione sul mercato”. Tra i principali illeciti accertati dall’ICQRF nel corso dei 6.957 controlli eseguiti nel 2016 nel comparto oleario, si elencano sullo stesso documento: “Olio extravergine di oliva risultato di categoria vergine all’analisi chimica e/o organolettica; oli classificati extravergini di oliva, talora anche biologici e 100% italiani, ottenuti per miscelazione con oli lampanti e deodorati originari della Spagna; oli falsamente classificati come extravergini di oliva, originari del Marocco e della Tunisia, risultati all’analisi chimica e organolettica della categoria ‘lampante’”. Per non parlare di quel 10,2 % di irregolarità riscontrato sul biologico su un totale di 557 prodotti oleari ispezionati.

Delle frodi sull’olio di oliva, fino a qualche anno fa non si diceva quasi niente. Nel 2014, però, niente meno che il New York Times si scomoda per pubblicare una piccola inchiesta dal titolo ‘Extra Virgin Suicide’, sintetizzata in 16 tavole di graphic journalism a firma Nicholas Blechman, dove finalmente si mette il dito nella piaga dolente della contraffazione degli extra vergini italiani. Il 2014, purtroppo, non è un anno facile per la produzione di olio e di vino: la stagione estiva anomala per temperature e piovosità, soprattutto nel mese di luglio, vedrà una campagna produttiva nazionale sotto qualsiasi minimo storico. Eppure il mercato non subirà quei drammatici cali di prodotto che si dovrebbero registrare. Proprio in una annata così, infatti, i controlli daranno un immediato riscontro delle frodi perpetrate sull’olio extra vergine di oliva di produzione italiana. Come al solito, se ne parlerà un po’ subito per poi tacere per sempre.  Il New York Times – ispirato, sembra, dal lavoro compiuto sull’olio dall’americano Tom Mueller, giornalista residente in Italia e autore di ‘Extraverginità’(Edt, Torino, 2013) – regala quindi una bella lezione di stile: che per fare un lavoro di inchiesta sulla contraffazione dei prodotti alimentari servono le analisi, che queste costano, che al giornalista devono essere forniti gli strumenti per condurre l’inchiesta. Scrive, Mueller: “Sbatté all’improvviso la bottiglia sul tavolo, facendo sobbalzare le tazzine di caffè e i posacenere. ‘Questo è quello che nel mondo intero prendono per olio extravergine d’oliva: questa roba sta uccidendo l’olio di qualità e sta facendo fallire i produttori onesti’. Mi puntò contro il collo della bottiglia come una pistola, poi sollevò gli occhiali per leggere l’etichetta. ‘C’è scritto quello che si legge su ogni olio d’oliva: 100% italiano, spremuto a freddo, molito con macine di pietra, extravergine…’. Scosse il capo, come se non credesse ai suoi occhi”. Come probabilmente sta facendo quel consumatore attento e critico che nel frattempo è stato abbandonato davanti a quell’espositore degli oli di oliva senza sapere prendere una decisione. Leggendo le etichette, quel consumatore troverà i valori nutrizionali medi per 100 millilitri di prodotto - quelli che, con un click su internet, oggi si possono reperire ovunque - ma non troverà i valori reali dell’olio che sta acquistando. Non troverà traccia della quantità di biofenoli, di vitamina E, dell’acido linoeico e dell’a-linolenico (essenziali), delle quantità di omega 3 e omega 6 e quindi del loro rapporto. Detto in altre parole, non troverà traccia di quello che si dovrebbe pagare in un olio di oliva e che fa la differenza: la qualità. Questa si ottiene lavorando arduamente sul miglioramento della produzione e del raccolto, comprendendo una miriade di fattori, non ultimi quelli etico sociali che prevedono una assunzione stagionale e regolare dei raccoglitori, con un costo che incide anch’esso sul prodotto finale. Mettendosi, ora, dalla parte dell’acquirente attento e critico, bisogna ammettere che tutto quanto detto è veramente difficile da reperire sull’etichetta.

Navigando tra i consigli di internet, si approda sul sito dei Carabinieri, che in una sezione dedicata all’aiuto agli acquisti per il cittadino, sull’olio di oliva recita, tra le altre cose, quanto segue: “La frode più usuale nel settore oleario è quella di miscelare olio di semi con olio di oliva e farlo passare per olio extravergine d'oliva. In alcuni casi è stato accertato che olio di semi colorato artificialmente con clorofilla e betacarotene era venduto per olio extravergine. Un'altra frode più specialistica e raffinata, di difficile individuazione, si va sempre più affermando e consiste nel far passare per olio extra vergine d'oliva oli che all'origine erano stati qualificati lampanti o maleodoranti. Questi, opportunamente trattati e con l'aggiunta di modeste quantità di oli vergini di oliva, acquistano, sotto l'aspetto chimico, parametri propri dell'olio extravergine”. Sulla stessa pagina, seguono poi le “informazioni per scegliere il prodotto migliore in ragione del rapporto ottimale qualità/costo” sottoforma di “Consigli per il consumatore: instaurate un rapporto di fiducia con un fornitore affidabile,[…]; diffidate dalla vendita "porta a porta", […]; scegliete aziende che, per serietà ed immagine, ne assicurino la qualità […]; leggete con attenzione l'etichetta che, anche se non sempre garantisce l'origine dell'olio, costituisce comunque una "carta d'identità" di qualsiasi alimento; diffidate delle confezioni anonime prive della corretta etichettatura”. E conclude asserendo: “Tenete presente il rapporto qualità-prezzo”. Ecco, a proposito di quest’ultimo punto è interessante notare la difficoltà del consumatore medio nello spendere 15 euro per una bottiglia di olio rispetto alla stessa cifra per una bottiglia di vino, che consumerà presumibilmente in un solo pasto. Certo la ristorazione, spesso anche quella stellata, non ha aiutato molto in tal senso. È conquista recente che si curi la qualità dell’olio e del pane al ristorante, ma è purtroppo conquista rara.

Seguendo il saggio consiglio dei carabinieri nel guardare il rapporto qualità-prezzo, si sappia allora che se è facile escludere dalle proprie scelte i prodotti che costano troppo poco per essere autentici, non è altrettanto facile scegliere quelli che costano troppo con la sicurezza che siano davvero migliori. Instaurare quindi un rapporto di fiducia con un fornitore affidabile è la strada migliore, e ricordare che la vera carta d’identità dell’olio non è l’etichetta ma l’analisi di laboratorio, che recita come una preghiera tutte le componenti che quello specifico olio contiene. E che costano tanto, ma tanto care.

 

 

 

giugno 2018


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