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Turismo

17/09/2016

Il più grande terremoto di Cuzco


Articolo e foto di: Carlo Maria Milazzo



A Cuzco la terra trema sempre leggermente. Un brivido serpeggia sotto il suolo e si trasmette ai piedi che pestano il selciato. Quando le donne, nelle loro gonne rossonere della festa, ballano sulla piazza centrale lo fanno al ritmo di un sisma.

Perché il terreno tremola?

Ve lo può spiegare Karina, giovane barista in un piccolo locale di Plaza de Armas.

La Plaza è quadrata e circondata da un marciapiede coperto. La struttura a chiostro è simile a quelle che si trovano intorno alle piazze coloniali spagnole, dove gli edifici tendono ad avere una sporgenza del piano superiore sorretta da pilastri e archi in pietra. Il portico, ideale per passeggiate all'ombra o al riparo dalla pioggia, è interrotto sul lato nord-orientale dalla tozza cattedrale, somigliante ad una fortezza. Ed il loggiato è pure mancante in corrispondenza del Tempio barocco della Compagnia di Gesù, chiesa abbellita da due campanili snelli.

Il bar di Karina è una rientranza sotto il porticato, più lunga che larga. Il banco in legno, costellato di cerchi e mezzelune, è parallelo alla parete di sinistra e sorregge una cinquina di bottiglie dai liquidi trasparenti. La specialità della casa è il pisco-sour, aperitivo che va bene a tutte le ore e che è fatto con bianco d'uovo, limone, zucchero e un'acquavite locale (appunto il pisco).

Karina ha occhi neri ardenti, capelli scuri pettinati con una riga che parte dalla destra della fronte, pelle marroncina che diventa rossa sugli zigomi. Ha gli incisivi di sopra appena accavallati.

La ragazza parla un buon italiano perché ha frequentato una scuola per interpreti. Prendete un pisco-sour e lei potrà raccontarvi che Cuzco fu costruita dagli Inca a forma di puma, il loro animale sacro. Più precisamente la testa del felino sudamericano è disegnata dal Sacsayhuaman, rocca fortificata e centro rituale: alcune prominenze dei bastioni formano i denti della fiera. La coda del puma è alla confluenza di due fiumi, in località Pumachapan. Ed una volta, tra i due luoghi, sorgeva grandissimo il Tempio del Sole (Coricancha) che, recintato da mura ricoperte d'oro, modellava il fianco dell'animale. Oggi sui rimasugli del Tempio sorge la maggior parte delle case di Cuzco.

Karina vi prenderà per mano e vi condurrà in mezzo alla Plaza.Vi indicherà, torreggianti a nord-est, le rovine di Sacsayhuaman (che gli yankee e i canadesi chiamano Sexywoman per memorizzare il nome). Oltre i resti incaici parte l'abbraccio di montagne alte 5000 metri, piantate a rovescio su ettari blu di cielo.

Poi Karina vi dirà che il puma delineato da Cuzco è sempre stato ed è tuttora vivente. E' un animale sonnacchioso, pigramente sdraiato, fermo sotto il sole che in qualsiasi stagione brucia la pelle dei turisti. Ma è inequivocabilmente un essere che respira, con inspirazioni lente ed espirazioni dolci. E' proprio il respiro del puma che innesca e mantiene la lieve vibrazione tellurica.

La barista vi inviterà quindi a sedervi su una panchina quasi al centro della piazza. Se prestate attenzione, sentirete in questo punto i piedi molleggiati da sobbalzi minimi e ritmici. Le caviglie verranno colonizzate da un debole fremito.

-Che è mai, Karina, questa strana sensazione sussultoria?-

-Plaza de Armas poggia sul cuore del puma- sarà la riasposta della ragazza.


Guardando la cattedrale si potrà notare che vecchi artigiani hanno scolpito sulla porta centrale una testa, neanche a dirlo, di puma. Alzando gli occhi si potrà vedere uno spicchio della campana di Maria Angola, una delle più grandi del mondo. La campana, del peso di cinque tonnellate e mezzo, porta il nome di una schiava africana liberata che buttò nel metallo che stava fondendo undici chili del proprio oro. Secondo la popolazione indigena, all'interno della campana è murato un nobile inca in piedi: se un giorno la torre crollasse, il nobile potrà fuggire e rendere di nuovo autonomo il suo popolo.

Per entrare nella cattedrale bisogna passare dalla adiacente chiesa di Gesù e Maria. Nella cappella che collega le due chiese è fissato un quadro antico che ritrae gli abitanti di Cuzco in processione durante il terremoto del 1650. La città dipinta è molto simile al centro storico odierno.

Nella cappella è anche appeso un crocifisso d'oro massiccio, tempestato di pietre preziose, pesante 26 chili. E' denominato il Signore dei Terremoti (los Temblores) e, poiché il fumo dei ceri votivi l'ha annerito, gli è stato messo sotto un orrido ma innocuo banchetto di candele elettriche.


Rientrati nel bar, Karina potrà illustrarvi la causa del cataclisma di metà del 1600. La ragazza si aiuterà con alcuni suggerimenti di Manuel Scorza, scrittore nato a Lima nel 1928. (E' buona educazione ordinare un secondo pisco-sour).

In quel tempo, tutti i pomeriggi, nelle ore che perdono luce, una donna anziana veniva a sedersi sulla Plaza, circa nel posto della panchina che fronteggia la cattedrale. Si accucciava in terra e cominciava a decorare dei ponchos che s'era portata in un cesto. Ricamava delle montagne impennacchiate di neve, delle case sghembe, dei lama e delle vigogne.

La signora indossava un abito di mille strisce verticali, rosse, arancioni, gialle, verdi, celesti e viola. Da un cappello di paglia scappavano due trecce robuste e perfettamente nere. Il volto era grinzoso come una corteccia rinsecchita. Tutti la chiamavano Donna Agnada e molti dicevano che fosse una maga perché da giovane aveva ricamato una città terremotata che fu in effetti semidistrutta da un sisma avvenuto poco dopo il ricamo.


Un ragazzo magro come un lombrico inappetente venne più volte a inginocchiarsi davanti alla signora impegnata coi ponchos. Il giovanotto, di nome Zacarias, confessò che voleva andarsene da Cuzco, ma l'anello di monti altissimi, circondati sicuramente da altri monti, lo scoraggiava.

-Portami delle penne di uccello- gli disse Donna Agnada.

Zacarias andò ad un piccolo canyon, dove la mattina presto i condor si levavano sfruttando correnti ascensionali calde. Guardò i volatili, forti dell'apertura alare di tre metri, volteggiare in ampi cerchi. Quando gli uccelli se ne andarono per cercare qualche bestia morta, Zacarias raccolse da terra delle penne.

Il ragazzo tornò in piazza dalla ricamatrice che cominciò a salmodiare in lingua quechua. Poi lei estrasse da un astuccio variopinto un ago grosso, fili grezzi e un paio di forbici.

-Spogliati- intimò la signora.

Donna Agnada conficcò le punte delle penne sulle scapole e sulle spalle di Zacarias, senza impietosirsi ai suoi gemiti. Quindi infilò più volte l'ago sotto pelle, recuperandolo da un nuovo foro. Intorno ad ogni calamo piantato imbastì almeno tre giri di filo.

-Speriamo che le piume attecchiscano, anche se potremo saperlo solo tra otto giorni. Sino ad allora bevi soltanto acqua. E non coprirti con niente- disse la donna anziana.

Il ragazzo, nelle giornate successive, stette perlopiù sui gradini davanti alla cattedrale. I cittadini di Cuzco si fermavano ad osservarlo. Da un'imbeccata de “La vampata” di Manuel Scorza sappiamo che “i primi tre giorni Zacarias aveva patito forti dolori. Il quarto giorno era precipitato in un sopore vuoto. Il quinto si era risvegliato eccitato. Il settimo era ricaduto nell'abulia. L'ottavo si era risvegliato posseduto da una forza miracolosa”.

-Ora mangia- concesse Donna Agnada.

Per tre giorni Zacarias ricevette del mais cotto. Poi cominciò a inghiottirlo crudo, come gli uccelli.

Un mezzodì di due settimane dopo il ragazzo riuscì a spiegare le ali, che erano splendide, soffici, appena arruffate dal vento. “Senza che Zacarias lo ordinasse i suoi piedi iniziarono un trotto e, prima che se ne accorgesse, un volo”.


E il terremoto?

Col terzo pisco-sour avrete la soluzione. Anche se dopo non saprete più se imputare il tremore delle gambe al liquore o alle scossettine telluriche.

Zacarias migliorò il suo volo fino all'altezza dei campanili e poi fino alle rare nuvole bianche.

Quando decise di far rotta verso le montagne, passò però sopra la testa del puma insonnolito

Allora l'animale rinfocolò d'improvviso la sua indole cacciatrice. E fu spinto ad addentare quella preda a mezz'aria.

Il felino si alzò sulle zampe anteriori, avviando un sisma con epicentro nella sua nuca.

Le case di Cuzco si abbatterono le une sulle altre in un fragoroso effetto domino.



 

 

 

agosto 2018


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