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Turismo

09/06/2014

Le mille voci di Marrakech


Articolo e foto di: Carlo Maria Milazzo



A Marrakech una cinta di mura rosse, lisce ed integre, esclude il nemico. L'orizzonte, dietro, è seghettato dalle cime imbiancate dell'Atlante. La cornice del cielo è un'ecatombe di tempere blu.
Noi  veniamo in pace, così come venne in amicizia Elias Canetti, nel 1954, al seguito di una troupe cinematografica. Canetti, nato in Bulgaria nel 1905, fu un eccentrico narratore, capace di spaziare dal racconto alla filosofia (nel 1981 fu insignito del Nobel per la letteratura). Durante il suo soggiorno in Marocco lo scrittore tenne un breve diario di viaggio, raccolto sotto il titolo “Le voci di Marrakech”.


Poiché non abbiamo intenzioni bellicose possiamo entrare nella vecchia città imperiale attraverso una delle sue porte, di quelle che sembrano funghi trasparenti, più strette in basso e allargate in alto in un cerchio. E' primavera e le bouganvillee fiorite si arrampicano sui muri come ladri che vogliano scavalcare una recinzione.
La città è rossa anche dentro le mura, soprattutto se partiamo dal quartiere ebraico chiamato Mellah. Le case degli ebrei sono le sole che guardano, mediante finestre e balconi, la strada. Le abitazioni dei musulmani sono prive di aperture esterne e possono sbirciare soltanto cortili o passaggi interni. Qualche bottega giudaica vende stoffa, qualche altra vecchi gioielli, qualche altra ancora sapone sfuso che sembra marmellata verdognola. I volti dei venditori sono quelli che vide anche Canetti: ci sono, dentro abiti nerissimi, i vecchi ebrei luminosi di Rembrandt, ci sono gli ebrei erranti sulle cui figure è scritta tanta irrequietezza, ci sono gli ebrei di origine russa coi capelli fulvi.
Dopo qualche zig zag per viuzze che portano nomi francesi e dopo aver sfiorato un minareto incappucciato dal nido di una cicogna si approda ad un grande giardino. Le arance sembrano avvitate tra il fogliame degli alberi. I ficus sono potati a formare cubi sospesi.


Un nuovo minareto, di una settantina di metri, si slancia dal centro del giardino. E' la Koutoubia, della dinastia almohade del XII° secolo. La decorazione esterna è diversa su ogni facciata: grovigli intrecciati scolpiti nello stucco, ornamenti floreali, fasce di ceramica, archi e iscrizioni epigrafiche. Una cornice turchese corre sul bordo superiore.
Per Canetti i minareti non sono come i nostri campanili. Non finiscono a punta ma hanno la stessa larghezza sotto come sopra: assomigliano a dei fari, nei quali però dimora la voce cantilenante del muezzin.
La Koutoubia sovrasta una vasta moschea, detta “dei Librai”, al cui ingresso torreggiano cumuli di scarpe. Sempre nel XII° secolo pare che i riciclatori di libri usati svolgessero la loro attività intorno al luogo sacro. E' accanto alla porta della moschea che Canetti avrebbe potuto osservare uno strano santone, un anziano marabutto. Lì, un vecchio cieco dai capelli bianchi e dall'espressione serena se ne sarebbe stato in piedi vestito di stracci. Il nostro Elias gli mise in mano una moneta e il marabutto la infilò in bocca. Dopo una bella centrifuga di mascelle il soldo venne sputato in una mano. Poiché tutto nel marabutto era santo, anche la saliva era santa e benediceva tramite la moneta il protagonista dell'elemosina.


In un angolo del giardino della Koutoubia un gruppo di dromedari sta in circolo intorno ad una montagna di foraggio. Gli animali allungano i colli, addentano il fieno e poi masticano con flemma. Un dromedario piccolo succhia il latte alla madre. Sostiene il caro Elias che tutti i dromedari e i cammelli abbiano un volto. I musi sono simili tra loro eppure diversissimi: ricordano quelle vecchie signore inglesi che prendono il thé insieme, con aria dignitosa e annoiata, e tuttavia non riesono a celare la malvagità con cui guardano ciò che le circonda.
Dopo i gibbosi mammiferi si slarga un viale, ritmato a destra da grosse palme e a sinistra da cavalli e carrozzelle in attesa di qualche turista tardoromantico (il suffisso “tardo” è più affine all'aggettivo “ritardato”). La temperatura è di 30 gradi ma l'aria è fresca, ancora incartata dalle nevi dell'Atlante.
A fine viale si apre l'immensa piazza Jeema El Fna. E' questo il luogo più favoloso, più caratteristico, più emozionante, più magnetico, più seducente di Marrakech. E' questo il luogo dove l'umanità è esplosa in tanti coriandoli di carne ed ha allestito, 500 anni dopo, un Giardino delle Delizie di Hieronymus Bosch. La stranezza è qui di casa, l'originalità pure. L'Unesco ha sentito il dovere di dichiarare la piazza “Capolavoro del Patrimonio Orale del mondo”.
E' pomeriggio e i frequentatori della Jeema sono diversi da quelli del mattino o della notte. C'è ad esempio un venditore d'acqua in costume rosso con frange che pendono dai gomiti e con un largo cappello; suona, intervallando pause, un campanone che rimanda alle mucche al pascolo. Poi c'è il cavadenti, un omino prosciugato dal sole e infilato in una camicia rosa: tiene in mano una tenaglia e sta accanto ad un tavolo che espone, come fossero sassolini, una marea di molari e di incisivi. Qualora ci si dovesse far togliere da quel dentista un buon numero di denti, l'omino esibisce delle dentiere acquistabili e pronte all'uso. Poi, sotto un ombrellone verde, un incantatore di serpenti zufola a tre cobra impennati come se dovessero zompare da un momento all'altro su un polpaccio (I cobra non si alzano però al suono della musica giacché, come tutti i serpenti, sono sordi. Il loro rizzarsi è un semplice riflesso difensivo innescato dalla gente che passa a breve distanza). Un fachiro sta seduto su una poltrona con lo schienale irto di chiodi. Alcune donne velate propongono, con tanto di catalogo illustrato, dei tatuaggi all'henné ed ancora un ragazzetto dalla pelle quasi blu, un piccolo tuareg, vende delle cavallette arrostite. Rari bambini danno buffetti alle cosce dei turisti e allungando la mano pronunciano la parola “manger”.


A nord della piazza comincia il suk, dedalo di vicoletti soffocati da ogni genere di lavoranti e di commercianti. Ci sono artigiani che battono il ferro coi martelli, altri che tagliano il cuoio, altri che imbastiscono vestiti. Ci sono venditori di monili in argento, di specchi dalle cornici in osso, di tappeti rossi o celesti, di cosmetici, di spezie dagli odori in conflitto tra di loro, di pescecani squartati, di zampe di dromedario, di gabbiette con camaleonti che cacciano gli spiriti maligni, di frutta/olive/oli/erbe.
Di tanto in tanto, come testimoniò pure Canetti, si possono incontrare contadini in costume berbero con in mano dei polli vivi che vengono tenuti per le zampe mentre le teste penzolano in giù. Le donne con l'intenzione di cucinare i gallinacei tastano i polli, li pizzicano, li afferrano nei punti più polposi.


Gatti acciambellati occupano gli angoli liberi del suk mentre i prodotti per i negozianti vengono trasportati da asini che intasano gli stretti passaggi. Anche se, in fatto di ostruzione stradale, una buona responsabilità va attribuita a quelli che percorrono le minuscole vie su rombanti motorini: i passeggeri dei motocicli possono arrivare addirittura a quattro come conferma una madre con niqab che issa due figli sul portapacchi ed uno sulle spalle.
Nel suk non si sa quanto costino la merce e gli oggetti esposti: non ci sono cartellini dei prezzi incollati o infilzati. Come dice Canetti, il prezzo che viene per primo affibbiato ad un articolo è un enigma inafferrabile giacché nessuno lo conosce in anticipo, neppure il rivenditore. Di prezzi ce ne sono tantissimi, a seconda delle circostanze: ciascuno si riferisce ad una situazione diversa, a questo o quel cliente, ad un differente momento della giornata, ad un particolare giorno della settimana. Ci sono prezzi per stranieri in transito ed altri per stranieri che hanno deciso di stabilirsi per un po' a Marrakech. Ci sono prezzi per poveri e prezzi per ricchi e più alti sono naturalmente quelli per i poveri. Poi c'è la trattativa e qualcuno sostiene che bisogna scendere ad un terzo del primo prezzo proposto: è comunque prassi che la contrattazione duri una piccola, sostanziosa eternità.


Al calare della sera si può rientrare sulla  Jeema El Fna, per contemplare i nuovi arrivati. Casottini di legno ospitano ristoratori che cuociono, in un tripudio di aromi, carni e verdure. Venditori di narghilé hanno deposto in terra i loro strumenti per il fumo. Altri venditori di uova di struzzo, rossetti e scatole dorate hanno steso la mercanzia su delle stuoie. E i venditori di agrumi hanno costruito piramidi di arance e mandarini. Il rumore di fondo è un continuo battere di tamburi.
Tra i novelli inquilini della piazza ci sono gli ammaestratori di scimmie con i loro pelosi animali che fanno capriole e saltano in braccio ai turisti come dei bimbi farebbero con i loro papà. Poi c'è un prestigiatore che ha un cilindro in mano ed una colomba su ogni spalla. Poi c'è un cantastorie, un uomo in tunica turchese che parla una lingua carica di consonanti; quando smette di raccontare un suo assistente armato di violino propina qualche accordo. Gli spettatori stanno accovacciati formando un primo cerchio, assediati da un secondo cerchio di ascoltatori in piedi. Canetti afferma che le parole dei cantastorie restino sospese nell'aria più a lungo di quelle dei comuni mortali. Poi ci sono i danzatori con vesti e movenze da donna: sono ragazzini che vibrano, sculettano, si dimenano dentro burka strettissimi. Seguono il ritmo frenetico di percussionisti di tamburi a calice e spandono intorno l'erotismo orientale delle Mille e una Notte.


Quando infine alzeremo le pupille al cielo potremo vedere che le stelle hanno tessuto una ragnatela d'oro intorno ad una fetta di luna. Se uno strano miracolo ci avesse fatto ora incontrare Canetti, avremmo potuto invitarlo in uno dei tanti bar che circondano la piazza. Alla terrazza del piano superiore, che aggetta come un palco di teatro sulla Jeema, avremmo potuto ordinare due thé alla menta. Avremmo potuto conversare con Elias sulla realtà surreale di Marrakech e poi, avvolti da suoni ed odori, avremmo anche potuto lasciar scendere una lenta lacrima sulla guancia: sarebbe stata quella la lacrima che sale all'occhio quando la vita ti balla intorno e dentro.

 

 

 

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