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Agroalimentare

14/10/2013

Parliamo di ortofrutta


Articolo di: Matteo Selleri       Foto di: Emilio Bonavita



Si ritorna a parlare di rivedere la dimensione minima che deve avere un’Organizzazione di Produttori ortofrutticoli (OP)in termini di valore della produzione commercializzata (VPC).

Attualmente il parametro minimo  della VPC necessaria per ottenere il riconoscimento è fissato,  per i principali gruppi di prodotti ortofrutticoli e classificati con il Codice NC, in € 1.500.000.

Nel caso si voglia ottenere il riconoscimento per tutte le specie orticole o tutte le specie frutticole, (escluse le minori)il parametro in questione si eleva ad € 2.000.000 ed,  infine, qualora l’OP voglia essere riconosciuta come “universale” questa deve rappresentare almeno € 3.000.000 di VPC.

Oggi, quindi, si riprende a ragionare sulla variazione di tali minimi.


Queste ipotesi di revisione cicliche, con la motivazione dell’aggiornamento dinamico della questione, in verità è almeno espressione del voler rivoltare per l’ennesima volta una parte delle norme, dell’appesantire il carico burocratico in capo ai produttori oltre a far pensare che questa sia un’ulteriore dimostrazione dell’incapacità ad affrontare il tema in termini diversi da parte del potere politico-normativo, che tende a standardizzare ciò che è naturalmente differente ed  esprime una volta di più la probabile mancanza di comprensione che anima il rapporto tra il potere in parola e gli agricoltori.

Organizzare  ed organizzarsi è un fatto irrinunciabile, consolidato, necessario,  fondamentale per la sopravvivenza delle produzioni italiane, delle aziende ortofrutticole nazionali, dei loro bilanci che, è bene ricordare,  si “giocano” sui centesimi di euro incassati o no, spesi in più od in meno.

Inutile chiedere, per esempio, ad un italiano di conformarsi ad un tedesco, ad un polacco, a un portoghese o viceversa. E’ quasi inutile evidenziare che almeno le realtà dei territori e quelle sociali siano ben diverse tra Stato e Stato.

Possono apparire, invece, più accettabili due riflessioni.  La prima è più articolata e complessa: va nella direzione della legislazione e del suo rapporto con i produttori. L’OCM ortofrutta è un campionato mondiale del cavillo, una pretesa di regolare per legge anche passaggi che potrebbero essere risolti col comportamento, con l’assunzione di responsabilità, insomma con il corretto modo di fare.

E’ confusa, con un linguaggio ermetico che si presta a non si sa quante interpretazioni ed al loro contrario; genera un palleggiamento di responsabilità  tra UE e singoli Stati membri facendo si che questa situazione sia diventata la prassi.

Questo andazzo arriva a livello italiano, ovviamente, dove una norma, un Decreto, contiene almeno una mezza dozzina di articoli, una dozzina di commi, ognuno di quali richiama altri articoli ed altri commi di altri decreti per annullarli od integrarli.

E’ il modo, almeno in Italia, per lasciare attoniti al limite dello sconforto e del rifiuto alla partecipazione alla vita delle OP i veri protagonisti, i produttori,  coloro che alla fine dovrebbero muoversi in questo guazzabuglio. 

In pratica si vuole l’aggregazione ma, pur con tutta la buona volontà che certamente anima i diversi legislatori, questa diventa una via lastricata di inghippi.


Come scrisse Montanelli ”fintanto che ci si affiderà solo alla legge o, come si dice oggi, alle regole, si rimarrà quel che si è, coi vizi che si hanno, compreso quello di accatastare leggi su leggi…”

Come dire che sono i cittadini che fanno gli Stati, la famiglia, gli usi ed i costumi, molto più importanti e decisivi di qualsiasi legge o riforma.

Una legge distante dalla realtà è solo un esercizio teorico che raccoglie pochi consensi,  così l’Italia ben dimostra, dove la produzione organizzata è ben poco rappresentativa nel settore ortofrutticolo e dove i produttori sono garanti di un’esistenza vitale per l’economia nazionale, producendo eccellenze che tutto il mondo invidia.

Ne consegue che i nuovi regolamenti UE e le disposizioni applicative nazionali andrebbero almeno snelliti e sburocratizzati, riformulati valorizzando il patrimonio che rappresenta la figura del produttore. Gli agricoltori, infatti, non sono tutti volpi opportuniste in attesa di tendere una trappola: tranne qualche eccezione che ovviamente conferma la regola, si parla di persone serie, che facilmente e proprio in quanto tali sono le più esposte alla ghigliottina burocratica oltre ad essere timorose a muoversi in àmbiti così bizantini come quelli proposti attualmente.


La seconda riflessione riguarda direttamente le OP: a prescindere dalla nazionalità, pur  nel caso le regole dovessero rimanere ancorate alle linee normative seguite finora, se l’OP funziona bene e riesce a dare risposte giuste sia al mercato sia ai propri iscritti, ovvero operi nelle regole ed abbia bilanci in attivo, la sua dimensione  è un falso problema e quindi appare facile ipotizzare che non abbia molto senso discutere di rivedere il parametro minimo per il riconoscimento delle OP.


 

 

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