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Turismo

07/03/2016

Nirvana a Varanasi


Articolo e foto di: Carlo Maria Milazzo




L'autista del pulmino ha una barba a pizzo, un turbante celeste che richiama il colore della camicia, un pugnale in un fodero d'argento agganciato alla cintura. E' un Indiano sikh e, prima dell'alba, è venuto a prenderci al nostro hotel 5 stelle. Sul pulmino viaggiano due coppie di turisti inglesi, dai volti arrossati. Poi ci siamo Ganesh ed io.


Ganesh è un Indù dalla pelle color tabacco. Non è tanto alto. E' magro come un serpente a digiuno. Porta baffetti deboli e i suoi capelli sono bianchi sulle tempie ma ancora neri in cima al cranio.. Ha occhi scuri e mobili come se stesse seguendo una partita di ping pong accelerata.

Conobbi Ganesh Prasad quarant'anni fa, all'Università di Bologna. Lui era venuto a studiare Lingue e Letterature europee, io ero iscritto a Medicina. Ci incontrammo alla mensa e ci raccontammo di noi. Poi ci vedevamo tutte le sere, a lezioni finite, nella piazza in cui venivano a sedersi tanti studenti: parlavamo e davano i voti alle ragazze che ci passavano vicino (lui dispensava dei 10 alle fanciulle ricciute ed ossute).

Siamo rimasti in contatto per quattro decenni, scrivendoci spesso. Ganesh è tornato in Italia quattro volte, io sono andato in India una volta. Lui ha sempre campato facendo la guida turistica.


Venti giorni addietro Ganesh mi ha telefonato dicendomi: -Ho bisogno di te. Vediamoci tra tre settimane a Varanasi- Io ho raggiunto la città sacra che gli Indù chiamano Kashi, “Città della luce divina”, ed ora sto guardando dal pulmino una mandria di bufali che corre assediando l'automezzo.

Veniamo scaricati in cima a Luxa Road, dove alcune transenne improvvisano un'area pedonale comunque aperta alle mucche che dondolano oltre le barriere. L'aria si ingrigisce per le prime iniezioni di luce e scopre sulla sinistra della Road una sequenza di corpi distesi, uomini e donne che hanno dormito in strada, avvolti in coperte stracciate.


L'asfalto è lurido di cartoni marci, di plastiche deformate, di sterco di vacca, di brandelli di carcasse di cani randagi. Le scimmie usano i cavi della corrente come funi di equilibrio e passano dal balcone corroso di un primo piano alla pensilina rovinata di un altro primo piano.


Lebbrosi, ciechi per tracoma, affetti dal morbo di Cochin che dilata mostruosamente le membra sono già svegli per elemosinare qualche rupia.

Diversi turisti stanno camminando con me e Ganesh e tutti insieme arriviamo al Ghat, l'ampia gradinata che digrada nel Gange. Il nostro si chiama Man Mandir ed è uno degli 80 Ghat che per 5 chilometri costeggiano la sponda occidentale del fiume. Sui gradini sono seduti degli asceti: hanno il tronco scarnificato e nudo dipinto da strisce gialle, i capelli impolverati di arancione ed alcuni impugnano un ridicolo tridente. Un suonatore di flauto prende a ceffoni un cobra svelenito che non si decide a rizzarsi dalla sua cesta.


Ganesh compera dei fiori gialli da una donna accucciata dentro al suo sari verde acido. Poi salta su una barca ed io lo seguo. Entrambi inchiniamo leggermente il capo davanti al barcaiolo: -Namastè- (“Saluto il dio che è in te”). Il traghettatore è un ragazzo bello, dai capelli corvini che convergono in un ciuffo da rockstar. E' scalzo e indossa una logora maglietta corallo. Avrà 15 anni ed il suo viso è così dolce che verrebbe voglia di fargli una carezza.


La barca si scosta ed il ragazzo affonda i remi per solcare il Gange controcorrente. Sulla riva scorrono piccole regge in arenaria marrone, torri smilze, cupole a pannocchia di templi induisti, palazzi lunghi traforati da loggette, la casa delle vedove che non si sono arse vive sul rogo del marito.

   -Perché mi hai convocato a Varanasi?- chiedo a Ganesh.

   -Voglio che tu mi assista nella morte- risponde lui.

   -Sarebbe a dire?-

   -Oggi ho deciso di morire- mi spiattella Ganesh.

La barca è intanto giunta innanzi all'Harishchandra Ghat, uno dei Ghat crematori, il secondo in ordine di importanza dopo il Manikarnika che è più a nord. Ci sono nove pire e cinque mandano un fumo bianco che si arrampica a spirale sull'aria. I morti bruciano di continuo, 24 ore su 24.

   -Ti occuperai della mia cremazione- mi ingiunge Ganesh.

Una lettiga viene trasportata in mezzo ai fuochi da sei uomini con camicie bianche. Un drappo rosso copre un cadavere. La barella di legno viene adagiata sul Gange ed il morto viene bagnato ben bene.

Quando si sarà asciugato potrà essere lentamente carbonizzato.

Procediamo col piccolo natante e Ganesh butta nel fiume le corolle dei fiori. Da altre barche lanciano pezzetti di pane e i gabbiani volano a frotte per suscitare un tripudio di spruzzi.


All'ultimo Ghat, l'Asi Ghat, uomini/donne/bambini fanno il bagno. Come attesta Pier Paolo Pasolini in “L'odore dell'India”, “nell'acqua del Gange si buttano i corpi dei santoni, dei vaiolosi, dei lebbrosi, non bruciati ma sistemati tra due lastroni di pietra. Nell'acqua del Gange galleggiano tutti i rifiuti e le carogne di una città che è un lazzaretto. Ebbene, in quest'acqua, si vedono centinaia di persone che si lavano accuratamente, tuffandosi beate, restandovi immerse fino alla cinta, a sciacquarsi mille volte, a lavarsi la bocca e i denti, il tutto accompagnato da gesti meccanici e nevrotici, fatti con molta naturalezza”.


Ganesh, mentre si toglie camicia/pantaloni/infradito, mi dice:

   -Adesso vado a dare una bella ripulita al karma, quello delle vite precedenti e quello di questa vita-

Rimane con un paio di mutande verdi. Poi si tuffa a chiodo e comincia a nuotare a dorso. Il ragazzo, con le mani liberate dai remi, estrae dai jeans uno smartphone e sfiora a più riprese lo schermo con le dita. Quando Ganesh risale, facendo forza con le braccia sul bordo della barca, mi sentenzia:   -Che cosa possono mai fare quattro bacilli spocchiosi contro la dea Ganga, fattasi acqua attraverso i capelli di Shiva!-

Il barcaiolo inverte la rotta. Ganesh si riveste sulle mutande bagnate. Dalla sponda orientale, totalmente sabbiosa, sorge il sole, ostia bianca dai contorni imprecisi.


   -Come fai a morire proprio oggi?-domando al mio amico.

   -Ho imparato una tecnica yoga per rallentare il battito cardiaco ed anche per fermarlo. Sarà sufficiente che io non faccia ripartire il cuore-

   -Perché vuoi morire proprio oggi?- insisto.

   -Ho un numero di anni superiore a quello di tanti che sono già morti-

   -E ai tuoi tre figli non pensi?- proseguo l'interrogatorio.

   -I figli non sono miei. Nel senso che non ne ho il possesso. Loro hanno una strada che non è questa mia-

   Sbarchiamo nel punto dove ci siamo imbarcati e veniamo circondati da bambini che vendono cartoline.

   -Lasciami solo. Vado al tempio a meditare- mi dice Ganesh.

   -Va bene-

   -Ci rivediamo qui nel pomeriggio-


Passeggio per un mercato fatto di baracchette di legno che vendono pashmine di sete vivacissime, sculture di sandalo profumato, elefanti in pietra verdina, scacchiere, scatole di marmo istoriato, scatole di osso di cammello, bracciali laccati, collane di corniole/ametiste/tormaline, tappeti arabescati, vassoi di thé nero ammucchiato a piramide, verdure oblunghe come zucchini allampanati, spaghetti di ceci, banane/manghi/arance, pomodori/cavoli/carote, focacce piatte, giocattoli di legno, smartphone......

Mi infilo quindi in vicoli scivolosi, maleodoranti, spesso sbarrati da un bovino. I muri sono forati da negozietti abbandonati, pieni di detriti e ferri rugginosi.


Dopo riguadagno una strada larga, tra due ali di palazzi fatiscenti. Il traffico è intricato a più non posso e vario fino all'impensabile. In un chilometro di asfalto bucherellato convivono biciclette, moto con piloti senza casco che caricano donne con le gambe di lato, sette pecore, due tori, un cane spelacchiato, un carretto trainato da un dromedario, ape-microtaxi strombazzanti, macchine Tata scassate ma anche un Mercedes grigio e nuovo, ragazze in sari viola con fascine di legna sulla testa, addurittura un elefante con il suo mahout a cavalcioni.

Mi sento a disagio in questo marasma e allora salgo su un risciò/pedalò. Me ne sto aggrappato all'ampio sedile sopraelevato mentre il guidatore, un cinquantenne malrasato e denutrito, pedala con evidente fatica. Vengo sfiorato da fiancate di camioncini, da code penzolanti di scimmie, anche dalla proboscide dell'elefante.


In hotel leggo Naipaul. All'ora di pranzo mi preparo da un buffet un piatto con patate, fagioli, pollo, riso, formaggio. Non so dove sia annidato il piccante ma a fine pasto ho la bocca in fiamme.

Vado poi a farmi una dormita in camera.


Riparto dall'albergo su un microtaxi che in India chiamano tuk-tuk. Uno sgabuzzino giallo è attaccato ad una cabina verde a cuspide. Il minitaxista è un ragazzo non più che sedicenne, dai capelli regolarmente neri ma mossi. Ha una maglietta grigia e scheggia un sorriso furbetto. Guida girando al massimo la manopola del gas e poi pestando forte il freno. Gli specchietti retrovisori sono all'interno dell'abitacolo giacché a lasciarli di fuori ce ne vorrebbero 10 a viaggio. Il giovanotto tiene costantemente uno smartphone immorsato tra spalla e guancia.

Sballottato e intontito dai mille clacson che si azzuffano raggiungo le vicinanze del Ghat mattutino.


Ritrovo Ganesh seduto su uno scalino, con le mani sulle cosce.

   -Te la sei presa comoda- mi rimprovera..

   -Ho imparato che in India bisogna ignorare le sollecitazioni- replico.

   Appoggio le mie natiche accanto a quelle del mio amico. Un uomo secco e col mantello blu si avvicina per vendere delle boccette piene di colori.

   -Perché vuoi morire a Varanasi?- chiedo.

   -Conosci la risposta ma faccio finta che tu non la sappia- dice Ganesh.

   -Ti ascolto-

   -Quando un Indù muore a Varanasi ha la massima possibilità di uscire dal circolo delle reincarnazioni, di lasciare quel samsara che è una coazione a ripetere delle forme- spiega Ganesh.

   -Deduco che tu non voglia più reincarnarti-

   -Un'altra vita sarebbe rinnovata sofferenza: un'altra infanzia piena di angherie, un'altra adolescenza zeppa di terrori, altri commerci sciocchi e faticosi, altri campi da coltivare, altri lutti struggenti, altre malattie più o meno curabili- elenca Ganesh.

   -E dove pensi di fuggire?-

   -Forse in un cuore di luce-

   -Prospettiva vaga, ma in opposizione a Conrad- ironizzo.

   -L'importante è la moksha, o il nirvana come preferite voi in Occidente. La liberazione dalle vite terrene e l'estinzione dal ritorno preluderanno a nuovi stati-

   -Spirituali?-

   -Forse-

   Un bambinello crostoso mi apre davanti una carta geografica dell'India e indica un'etichetta dove è scritto “100 rupie”.

   -E' curioso come le lettere di nirvana siano contenute nella parola Varanasi- rilevo.

   Due pappagalli verdi e gialli vengono intanto a baciarsi su un pezzetto di ringhiera. Ho voglia di parlare ancora:

   -Ti ricordi Hermann Hesse?. Nel suo “Siddharta” afferma che “mai un uomo è interamente samsara o interamente nirvana, mai è interamente peccatore o santo. Ciò che impedisce di trovare la pace sono le troppe parole. Poiché anche liberazione ed estinzione, anche samsara e nirvana sono mere parole. Non c'è nessuna cosa che sia il nirvana, esiste solo la parola nirvana”-

   -Le parole sono relative. Ed Hesse era troppo occidentale- liquida Ganesh.

   -Però nel libro della Genesi di noi Cristiani è scritto che “in principio era il Verbo”, una parola- controbatto.


Restiamo in silenzio fino a che il pomeriggio inizia ad essere sgomberato dalla sera. Centinaia di pellegrini hanno evitato di travolgerci. Alcuni hanno intonato i canti religiosi bhajan.

Con mossa veloce una ragazza viene a sedersi di fronte a noi, a gambe incrociate. Ha una camiciola a maniche corte, arancione con disordinati disegni lilla. Le cosce e i polpacci sono avvolti da sbuffanti stoffe rosse. Un velo pure rosso le sale dalle reni fino ai capelli, ma ciuffi ribelli neri sfuggono a tracciare delle S più grandi davanti alle orecchie e più piccole sulla fronte. Il volto ha la perfezione di un Raffaello abbrunato. Un diamantino è avvitato ad una narice. Gli occhi sono vivissimi e nocciola: mentre mi guardano mi sembra di avere l'anima nuda, completamente esposta. Il sorriso a denti candidi è sbarazzino a sinistra e malinconico a destra.

La ragazza ha di fianco un cesto che contiene dei lumini di cera circondati ognuno da una corolla di fiori e appoggiati su foglie a coppa. I lumini galleggianti potranno essere accesi e abbandonati al flusso del Gange. Ganesh ne compra due e poi estrae dalla tasca uno smartphone. Credo che, in hindi, chieda alla giovane donna:

    -Posso fotografarti?-

Le palpebre brevemente chiuse della fanciulla danno l'assenso..

Ganesh inquadra e scatta. Quando la ragazza si è allontanata il mio amico mi comunica:

   -Oggi non posso morire-

   -Come mai questo cambio di programma?-

   -E' per la ragazza dei lumini- incolpa Ganesh.

   Con un braccio tengo lontano un gobbo che, col suo dito imbrattato, vuole imprimermi un punto rosso in mezzo alla fronte. Quindi domando:

   -Quali responsabilità avrebbe la ragazza?-

   -”La tigre dei suoi occhi ha fatto il giro del mio cuore”- motiva Ganesh.

   -Sono parole di un poeta francese e occidentale, Paul Eluard- riconosco.

   -Sono parole che rendono bene un fatto- afferma Ganesh.

   -E quale sarebbe questo fatto?-

   -La ragazza ha stuzzicato in me un desiderio, seppure remotissimo-

   -Sei un uomo sensibile, Ganesh-

   -Con un desiderio addosso ci si reincarna- dichiara il mio amico.

C'è molta folla intorno. Sette bramini in fila la fendono. Sono poco più che trentenni, vestiti di tuniche marroni e stringono torce e ventagli. A breve, sotto ombrelli illuminati da lampadine multicolori, officeranno il Ganga Arati, quotidiano rito serale di adorazione del fiume.

La luna di febbraio è intanto sorta, a forma di sorriso. L'aria è favolosament tiepida. I primi lumini affidati al Gange lo punteggiano di stelline cadute. Ganesh ed io ci abbracciamo, ci battiamo le spalle e singhiozziamo: è ancora tempo di vivere.



                                                

 

 

Tags:

india - gange

 

giugno 2017


EDITORIALE

di: Alberto Bortolotti

Respiro aria giornalistica fin da quando…sono nato. Faccio infatti parte di una famiglia giornalistica d’altri tempi papà Rino tra i fondatori di “Stadio“ (che poi lo zio Adalberto ha diretto) e mamma Annaluisa impiegata ai dimafoni (giovani lettori curiosi eh? Dopo ve lo spiego) hanno... (...segue +)

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