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Lavoro

14/10/2013

Il peggio e il meglio

La crisi, il lavoro, il tempo del cambiamento e la medicina della restituzione


Articolo di: Marco Sàssoli       Foto di: Archivio



Siamo esseri umani e in quanto tali propensi a cercare e stabilire, soggettivamente, il nostro limite. Per ogni cosa. Così capita che cerchiamo di percepire fisicamente “la fine” del nostro limite, se per esempio si riferisce ad uno sforzo fisico, o di immaginare “la fine” come il colmo del peggio. Probabilmente capita lo stesso con il proprio lavoro. Ognuno cerca di immaginare “la fine” delle difficoltà e della crisi.“Il peggio è passato…”; Il peggio deve ancora venire...”.


Lo sentiamo tutti i giorni e se per caso ce ne dimentichiamo, ecco che prontamente qualcuno ce lo ricorda. Un modo di fare che ormai rappresenta il nostro tempo. Un tempo che cambia molto più in fretta rispetto al passato. Il tempo che scorre sempre uguale, ma che percepiamo più veloce perché sono di più le cose che dobbiamo fare, l’attenzione che dobbiamo avere e ci viene richiesta.


Davanti a questa situazione, alla crisi, all’occorrenza, al tempo del cambiamento, pessimisti e ottimisti, capaci o incapaci, devono lavorare comunque nello stesso modo: si mobilitano, si preoccupano, si attivano, pensano, studiano, parlano, si consigliano, si prendono cura delle proprie cose, del lavoro, delle aziende, delle attività, della famiglia, ecc. Se pensiamo di non poter riuscire, perché percepiamo limitazioni, deleghiamo altre persone, professionisti, consulenti di turno. Ma non credo che persone esterne siano più capaci di noi stessi nel capire come risolvere le nostre cose.


C’è chi dice che la crisi è un guaio, chi un’opportunità. Probabilmente la crisi non rappresenta nessuna delle due situazioni, perché in entrambi i casi si concretizza “un cambiamento”, l’instaurazione di “un altro tempo”, diverso da quello precedente, in cui la nostra soggettività è l’alimento principale che lo nutre. Ma il nostro lavoro, la nostra azienda, l’attività di cui ci occupiamo, ha bisogno di soggettività o di “ingegno” e di “cura”?


Meraviglia, passione e osservazione sono buona cosa, ma devono poi essere alimentati da applicazione, metodo, compito. Ma oggi non si è forse perso l’abitudine all’applicazione, al metodo e al compito, che poi costituiscono la cura nel tempo di ciò che abbiamo fatto? La cura non ha una fine, o almeno non è una fine vicina, ma molto lontana. Non è forse “il compito” che l’uomo si è dato di mantenere il più a lungo possibile in vita la torre Eifell, che la mantiene uguale nel tempo? E non è forse “il metodo” che l’uomo ha studiato, che consente una manutenzione programmata?
E non è forse “la cura” di questa manutenzione che la fa vivere così a lungo nel tempo? Ma nessuno si è domandato prima quanti soldi sarebbe costato. Ma questo esempio si potrebbe fare con molte altre cose che altri hanno fatto e sviluppato, di cui oggi tutti ne godiamo i benefici: nell’arte, nella musica, nella cultura, nello sviluppo delle città, delle industrie, delle comodità, dei progressi scientifici e tecnologici, del benessere di cui oggi tutti maggiormente godiamo, rispetto al passato.


Ingegno” e “cura” come medicina contro il tempo. Ingegno e cura come nutrimento dell’azienda, del proprio lavoro ed attività: ingegno e cura come antidoto, nel tempo, contro la crisi. Ma quanti dei nostri industriali hanno utilizzato, utilizzano e si avvalgono  dell’”ingegno e della cura” come disciplina e antidoto per la propria azienda? Pochi, perché questo tipo di ingegno esige “la restituzione”, una generosità che non fa più parte del tempo che viviamo. Quante imprese riescono a trovare e concepire il loro profitto sulla “restituzione” e non solo sul “ritorno/incremento/accumulo”? L’antidoto, la cura contro le crisi che periodicamente si ripropongono, viene da un profitto e da un accumulo subitaneo ma labile, o piuttosto da una valorizzazione programmata e stabile nel tempo? Una vita lunga in un corpo sano, sta in una grande ed estrema abbuffata di ogni piacere in poco tempo, o in una cura costante nel tempo? Su questo molti imprenditori dovrebbero riflettere.


Il peggio è passato…”. “Il peggio deve ancora venire…”. “Andiamo meglio…”. “ Andiamo peggio…”. Ingegno e cura come antidoto contro la crisi nel tempo. Restituzione quando serve, come filosofia per un profitto più duraturo nel tempo. Qualcosa inizia a cambiare. Qualcuno comincia a capire. Percepisco sensazioni, voci di un nuovo modo di ragionare. Piccole vibrazioni ma positive. Forse dal peggio può nascere il meglio.


 

 

 

novembre 2017


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