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Cronaca

28/07/2014

Braccio di ferro con l’INAIL per il riconoscimento ufficiale della malattia professionale

Intervista ad Antonia Traficante


Articolo e foto di: Matteo Sèlleri



Quando la morte prende e porta via la persona che ami sei messo alla prova. E se  hai carattere, voglia di non far cadere inutilmente dei sani principii sui quali fai reggere la tua vita e sai d’avere in famiglia persone speciali, ti accorgi di possedere una riserva d’energia che credevi non facesse parte di te. 

Con la perdita del marito, Antonia Traficante, nata a Rionero di Vulture  nel 1960,  inizia un tragitto che la porta, soprattutto grazie alle figlie,  a rimboccarsi le maniche, a credere sempre più ai propri valori di vita, ad un altruismo senza pari ed a lottare contro il cosiddetto “sistema”.


Antonia parlaci un po’ di te


Partii nel 1979 per emigrare in Romagna, a Bellaria- Igea Marina, per avere una possibilità di indipendenza ed autonomia che fin da ragazzina volevo raggiungere. E' stata dura all'inizio inserirmi, mai ho trovato il modo: a 23 anni gestivo una paninoteca-enoteca-birreria assieme a una socia, poi il cambiamento. 

Per 23 anni la mia vita lavorativa è stata rivolta al servizio degli ultimi, i cosiddetti diversamente abili. E' stata un'esperienza bellissima, mi ha arricchito come non avrei mai creduto. Parallelamente ho messo su famiglia, mi sono sposata e ho avuto due splendide figlie. Vita ideale: il lavoro, la mia famiglia meravigliosa. Poi tutto si stravolse, arrivò la malattia di mio marito Angelo come un fulmine a ciel sereno.


Raccontami di tuo marito


Mio marito non era perfetto, ma era perfetto per me.

Era un uomo simpatico, ironico, bello e, soprattutto, padre eccezionale. Conosceva tutto delle sue figlie, voleva essere sempre presente a qualsiasi loro progresso di crescita, giocava con loro. Quando li guardavo giocare era lui per primo ad essere un bambino. Sia io che lui lavoravamo su turni e dato che avevamo scelto d’essere solo noi a stare con le nostre figlie facevamo sempre turni opposti. Le vacanze assieme, vivevamo assieme, tutto era “assieme”.


Perché e quando è morto?


Angelo lavorava come esattore al casello autostradale, tra quello di Rimini Nord e quello di Castel San Pietro (BO):  fu proprio lui a fare il primo turno alla prima stazione tutta telematica d'Italia.

Poi nell'estate del 2002 cominciò a dire che non si sentiva più in forze. Ai primi di settembre la situazione precipitò: dolori alla gambe e poi alle braccia. Partirono i primi esami, alla fine di settembre la malattia, ricovero in ospedale tutto il mese di ottobre, alla fine del mese la diagnosi infausta. Si comincia con la chemio. Lui seppe tutto dall’inizio, ma non volemmo credere (soprattutto io) che era già in fase terminale. Morì 24 Febbraio 2003.


Come è cambiata la tua vita dopo la sua malattia?


Grazie alle mie figlie Francesca e Giorgia sono viva. Senza di loro non ce l'avrei fatta. A me non era morto solo un marito, ma un compagno, un amico, un fratello, un amante, un padre. Lui racchiudeva tutto il mio mondo come figura maschile.


Cosa è cambiato dentro di te?


Ho vissuto come un automa facendo la vita di prima, senza nessun coinvolgimento emozionale e sentimentale. Persino con le mie figlie non riuscivo a sorridere, solo pianti e pianti. Tutto questo per molto tempo.


E nel rapporto con le tue figlie Francesca e Giorgia?


Vivevo solo (apparentemente) per loro, ma sono state loro farmi guarire. Il loro amore mi ha fatto tornare alla vita: mi spingevano ad uscire a frequentare gente, a curarmi fisicamente. Hanno fatto loro la mamma per un bel po’.


A cosa ti sei aggrappata prima della sua morte?


A niente. Ho sfidato Dio. Ho lottato con lui, volevo vincere io, non ho mai accettato la malattia. Noi eravamo troppo felici. Mio marito era pronto, io no.


E ora?


Ho i ricordi belli, ho le mie figlie che me lo ricordano tutti i giorni, ho cominciato a sorridere di nuovo. Anche se ho sempre quel vestito di malinconia che ogni tanto indosso e che fa parte di me.


Con il caso di tuo marito l’Inail ha diagnosticato per la prima volta l’origine professionale di un tumore: è così?


Sì, dopo la sua morte ho cominciato una battaglia per il riconoscimento della malattia professionale, che l'Inail di Roma ha attestato dopo un anno. Il caso è stato il primo, e tutt'ora è tale, in Italia ad essere certificato in quell’ambito lavorativo.


Come si è comportata nei vostri confronti l’azienda nella quale tuo marito lavorava?


L'azienda autostradale, in tutti questi anni, ha cercato di celare questo riconoscimento. E’ diventato tabù. Appena qualcuno nomina il nome di mio marito tutti tacciono.


Il tuo è un pensiero di solidarietà, di salvaguardia della salute, di rispetto del lavoro: a parte tutte le dichiarazioni formali che un’azienda può e deve fare, per quel che ne sai, quali passi concreti sono stati fatti per la tutela della salute degli esattori autostradali?


Sono undici anni che provo a sfondare una porticina, ma tutto procede come se niente fosse successo. Dico che non vogliono che crei un precedente perché farei scoppiare una bomba.... seppur previsti, per quel che so, non ci sono  controlli sistematici per la salvaguardia della salute degli operatori ai caselli autostradali. 


E l’azienda, in verità, cosa sta facendo?


Omertà!


Nella tua “lotta” c’è qualcuno che ti appoggia, ti sostiene, ti aiuta?


Inizialmente il sindacato, poi mi sono trovata da sola. Perché anche li silenzi o divagazioni.


Quali risultati hai conseguito?


Omertà, ma non intendo mollare. In questi giorni sono riuscita ad avere la documentazione che il sindacato aveva raccolto e prodotto: mi rivolgerò ad un avvocato.


Cosa ti aspetti avvenga?


Il riconoscimento ufficiale della malattia professionale. Vorrei che la morte di mio marito non si rivelasse vana, vorrei che  gli operatori ai caselli possano avere garanzie reali di sicurezza sul lavoro. Non si può lavorare per morire, ma per vivere.


Qualche volta parli con tuo marito?


Si, spessissimo.  

                                                                                                                         

Cosa gli dici?


vedi Angelo come sono cresciute le nostre figlie? Sono sicura che sei orgoglioso di loro.


Ti senti tosta?


Non sono tosta ma caparbia, tenace, ostinata. Sono per la giustizia ed un mondo migliore.

 

 

 

giugno 2017


EDITORIALE

di: Alberto Bortolotti

Respiro aria giornalistica fin da quando…sono nato. Faccio infatti parte di una famiglia giornalistica d’altri tempi papà Rino tra i fondatori di “Stadio“ (che poi lo zio Adalberto ha diretto) e mamma Annaluisa impiegata ai dimafoni (giovani lettori curiosi eh? Dopo ve lo spiego) hanno... (...segue +)

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