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Sport e auto

01/10/2013

Rafting


Articolo e foto di: Paolo Del Mela



Vieni a fare rafting? La domanda di Armando mi sorprese, ci ragionai sopra qualche secondo. Dove?  Nel Noce in val di Sole. La proposta mi stuzzicava ma, il Noce, me lo ricordavo un asfittico torrentello ghiacciato e pieno di sassi sul quale ero passato qualche volta in inverno per recarmi a sciare a  Marilleva. Ma si, dai, facciamoci questa esperienza pensai, immaginandomi di effettuare tuttalpiù un fresco bidet nell’acqua di neve.


Niente di tutto ciò: il programma prevede una discesa in gommone su due percorsi completata da una discesa di Hidrospeed  che sembrerebbe una doccia veloce mentre invece è una discesa libera attaccati ad una tavola di plastica galleggiante trascinati sulla rapida del fiume, complicazioni e contusioni comprese.

La curiosità è forte, l’acquaticità non mi manca, quindi: vada per l’avventura.


La val di Sole quel giorno di fine Aprile ci accolse con un panorama fantastico di verde e di cime ancora innevate. Al ponte di Mostizzolo ci fermiamo a guardare il fiume che scorre veloce nella forra sottostante. Non è un asfittico torrentello è una rapida inimmaginabile di acqua che scorre vorticosa e veloce, con il classico colore verde opalescente dell’acqua di neve e con una potenza insospettabile.

Il pernottamento è previsto a Mestriago di Commezzadura, e l’albergatore, ci indica il rafting Center “Extreme Waves” un elegante centro in riva al fiume con prati verdissimi e rasati ed una reception in legno dove, simpatiche ragazze ed un autorevole capo centro, ci accolgono dandoci subito del tu e fornendoci le prime informazioni. Ci sentiamo subito coccolati, e poi intorno c’è un’atmosfera goliardica, dove gruppetti di giovani scherzano e discutono animatamente. Poco più in là un simpatico asinello provvede a mantenere il prato rasato indifferente a tutto quel fervore. Ci chiamano per il Briefing e ci ritroviamo in costume da bagno e maglietta semi inquadrati a semicerchio ad ascoltare uno degli accompagnatori che ci guiderà nella discesa e che ci spiega quello che dovremo e quello che non dovremo fare. Sembra di essere tornati a fare il militare, ma poi scopro che per loro, e anche per noi, la sicurezza è fondamentale e che sono allenati a condurre squadre di raftisti neofiti che hanno voglia di misurarsi con le rapide del fiume.


La prima prova per verificare l’acquaticità consiste nell’indossare i pantaloni di una muta di soli 3mm con bretelle larghe e sopra una mantellina in nylon, un giubbotto salvagente e il casco. Ci conducono in riva al fiume che in quel punto è meno vorticoso ma abbastanza veloce e ci dicono di attraversarlo fino a che la corrente non ci  trascina via e poi, girandoci sul dorso a nuoto, tornare a riva. Appena entro in acqua sento subito le caviglie fredde, poi quando la corrente mi fa perdere l’equilibrio finisco sdraiato a mollo e una lama gelata mi scorre lungo tutta la schiena. Il rientro a riva è stato velocissimo, roba da Michael Phelps. Esperita questa prova ci infilano in un furgone attrezzato e ci portano a monte sul luogo di partenza. Scarichiamo i gommoni e li adagiamo delicatamente in acqua. Siamo in sette: sei raftisti e l’accompagnatore che siede sul retro e che guidando una pala a mo’ di timone dà gli ordini a seconda se si deve remare a destra o a sinistra per evitare quegli insidiosi ostacoli fluviali. Ha la barba e sembra un argonauta.

Partenza: assicurati i piedi agli appositi anelli sul fondo, remiamo con energia fino al filo della corrente che ci accoglie subito con spruzzi e rimbalzi, è fantastico, si acquista subito velocità e sembra di essere sulle montagne russe cavalcando onde che si fanno sempre più alte e tortuose. Poi dopo alcuni “destra” e “sinistra” ci giunge l’ordine “dentro” ci rannicchiamo all’interno e il gommone scende giù per un salto e subito ci restituisce il colpo. Spruzzi e gridi ci investono e ad ogni salto è un ripetersi di adrenalina e di muscoli dell’addome che si  contraggono. Le pale dei remi affondano nell’acqua gelida e mentre sono indaffarato ad eseguire gli ordini del capo argonauta mi accorgo che a lato del gommone ci sorpassa un kayak che ci tiene d’occhio, casomai qualcuno fosse sbalzato fuori dal gommone. Una discesa di circa un’ora con alcuni passaggi un po’ impegnativi e tanta acqua gelata in faccia  conclude la prima parte.


Si torna a riva, poi ci indicano un altro furgone per la seconda parte del percorso che è classificato Extreme. Bisogna provarlo per dire di aver fatto rafting extreme, sono le cateratte del Nilo, le rapide dello Zambesi, le turbolente discese dello Skulafoss, è tutto un colpo e dagli spruzzi si fa fatica a vedere dove andiamo, solo i kayak di soccorso sembrano galleggiare ed evoluire senza problemi. Un sassone in mezzo al fiume viene evitato per un soffio e i comandi “dentro” sono sempre più frequenti. L’argonauta è sempre lì impavido e la sua tranquillità ci infonde coraggio. Ora il fiume si incassa in una gola in forte pendenza, guardo i salti di acqua che si fanno sempre più alti e la velocità di discesa sempre più elevata, chissà dove andremo a finire.  Poi dopo una fantastica volata sbatacchiata un “tutto a sinistra” urlato ci porta finalmente a riva.

Ce l’abbiamo fatta, usciamo dall’acqua intirizziti ma felici, l’adrenalina ci fa scoprire il cameratismo ed è tutto una pacca sulla spalla. Due ragazzi marchigiani che sedevano a prua  confessano di non aver mai bevuto tanta acqua neanche alle terme.


L’allegro ritorno al centro per una doccia calda è quello che ci vuole, poi al bar per un cappuccio bollente ed un cornetto alla crema completano l’esperienza.

Alla sera mentre addentiamo una pizza, ripercorriamo le sensazioni della giornata affogandole allegramente in un rilassante boccale di birra.

Al mattino seguente affrontiamo l’Hidrospeed. Anche qui dobbiamo seguire un adeguato briefing nel quale ci spiegano come affrontare la corrente  con la tavola. Insieme alle pinne la tavola è l’unico elemento di governo in corrente. Ha una sua particolarità, in curva deve essere inclinata dalla parte opposta alla direzione che si vuole ottenere, altrimenti la corrente d’acqua te la fa rovesciare. Naturalmente questa manovra non riesce subito, viene naturale affrontare le curve come se fossimo in moto. In ogni caso indossata una muta da 5mm con cappuccio, salvagente al collo e casco protettivo, ci accingiamo ad affrontare le prime rapide.  Ti rendi subito conto che le pinne servono a poco, la corrente è forte e ti trascina a valle con velocità. Ci sono sempre i kayak a lato che ci osservano, ed è molto bello galleggiare sulle onde, poi però un primo sasso sommerso mi batte sul ginocchio, poi un altro, e poi un altro ancora. Riesco a manovrare la tavola come mi hanno insegnato, ma gli urti con il fondo sono frequenti. Provo a spostarmi con le pinne, ma non ci riesco ed allora mi rendo conto di essere in balia del fiume senza nessuna possibilità di manovra, una sensazione non bella.


Il rallentamento della corrente mi avverte che siamo arrivati alla fine del primo tratto e finalmente riesco a guadagnare la riva.

Esco dall’acqua con il ginocchio dolorante, il secondo percorso extreme lo faranno gli altri.


Sono esperienze un po’ al limite, ma per chi vuole osare, lo consiglierei. Al centro Extreme Waves curano molto sia l’accoglienza che la sicurezza. Gli accompagnatori conoscono il fiume come le loro tasche, sanno evitare i tratti pericolosi e in ogni caso ci sono sempre i Kayak a darti una mano in caso di difficoltà.

Ultima sorpresa, prima di andarcene troviamo la foto di noi stessi mentre affrontiamo le rapide, ripresa da un fotografo appostato in posizione opportuna. Veramente bello, e poi si sono segnati la mia mail e ogni anno mi mandano gli auguri di compleanno.


 

 

 

luglio 2017


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