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Cultura e Spettacolo

12/11/2013

La madonna del popolo, un quadro di Caravaggio


Articolo di: Carlo Maria Milazzo



Da 400 e rotti anni è ferma sulla soglia di casa, col figlio in braccio. Sembra uscita apposta per far prendere aria al bambino e magari approfittare per scambiare due chiacchiere con le donne delle soglie vicine. Ha un viso italiano con naso e sopracciglio diritti, praticamente ad angolo retto. I capelli neri tendono ad avvolgersi in ricci piccoli. La sua bocca è seria, da madre concreta. La testa è reclinata, la gola e la spalla sono sbiancate da una luce che giunge a spezzare la penombra.


E' la Madonna di Loreto, più conosciuta col nome di Madonna dei Pellegrini. E' stata dipinta da Caravaggio e, essendo dei Pellegrini, bisogna andarsela a trovare. Non è infatti la fredda sala di un museo che la ospita ma una chiesa di Roma, non troppo frequentata. Entrando in Sant'Agostino, a pochi passi dal Pantheon, bisogna rivolgersi alla prima cappella di sinistra e lì infilare una moneta in quelle scatolette che accendono l'illuminazione: lei apparirà, ovviamente piena di grazia.

La cappella fu acquistata nel 1603 dagli eredi del notaio bolognese Cavalletti ed ancora porta il nome del casato emiliano. Gli eredi commissionarono a Michelangelo Merisi una pala d'altare che riproducesse il miracolo del trasferimento della casa di Maria da Nazareth alle terre marchigiane di Loreto. Probabilmente i richiedenti si aspettavano angeli in volo che reggessero una casupola ocra, con dentro una Madonna avvolta da un tradizionale mantello blu. Invece, con il beneplacito dei frati agostiniani, essi si trovarono davanti allo scorcio di un palazzo romano, con lo stipite di travertino e l'intonaco escoriato.

La Madonna, poi, non possedeva nulla della iconografia sacra: non aveva il bambino sulle ginocchia, non era nemmeno in piedi con le braccia aperte come a voler abbracciare gli oranti, non aveva rose a farle da tappeto ed il suo seno non stava allattando. La Madonna era una bellezza bruna, con una blusa di velluto vinaccia ed una gonnellona di seta color prugna; teneva in braccio un pupone di almeno due anni e per reggerlo si aiutava con la coscia leggermente flessa.


La Madonna era Lena Antognetti, aveva 23 anni e faceva la vita, battendo in piazza Navona. Era così seducente che Caravaggio ne era stregato così come perdutamente affascinato ne era il notaio Pasqualone di Accumoli (per lei notaio e pittore vennero alle mani e Caravaggio, dopo l'aggressione, dovette andarsene a Genova per scampare l'arresto). Il bambino ritratto era Paolo, figlio di Lena e di un vagabondo infossato in qualche galera.

La Madonna era corpo, carne, sostanza come testimoniava la sagoma scura dell'ombra proiettata sul muro. L'aureola non la santificava ma la adornava come un monile che stia per appoggiarsi sui capelli.

La Madonna raccolse subito l'approvazione degli abitanti del rione Campo Marzio, tanto che una cronaca del tempo racconta di un “estremo schiamazzo” quando la tela venne scoperta. La Madonna, a cui ogni popolano si rivolgeva con un dialogo diretto, con una supplica confidenziale, con la dolcezza o la fermezza che si riservano ad un'amica, era veramente tangibile dal momento che era sempre stata vista per strada.


Il quadro non comincia comunque con Lena, ma con un deretano. In primo piano ci sono le natiche di un pellegrino genuflesso, con la stoffa dei pantaloni che si tira sui glutei tesi. (Anche nella Crocifissione di San Pietro, nella cappella Cerasi, la prima inquadratura di Caravaggio è per il posteriore del crocifissore). Si tratta di realismo schietto o di impertinenza dell'autore? Probabilmente entrambe le cose: nessuna retorica da viaggio mistico si attaglia a un pellegrino che arriva dalla Madonna coi piedi scalzi e sporchi, con la barba di giorni e giorni, con la camicia che esce dalla cintura. Ed in più Caravaggio era irriverente, provocatore, inadattabile ad ogni situazione, dunque non si faceva scrupoli di mostrare un sedere in bellavista.

Anche la donna inginocchiata mostra i segni di un pellegrinaggio realistico, lungo e faticoso: la sua cuffia è sdrucita e ingrigita, il viso è scavato dalla stanchezza.


Dal punto di vista strutturale, nel quadro è palese una linea diagonale a partire dalla quale il pittore ha impostato l'opera: la linea parte dal volto del bambino, che assume così la massima  importanza, attraversa quindi il corpo e la gamba sinistra del piccolo, prosegue nelle mani giunte del pellegrino, poi solca il suo busto e il suo gluteo per raggiungere il suo piede destro nell'angolo della tela. Questa disposizione, oltre a conferire unità all'opera, mostra l'accessibilità del pellegrino al Dio bambino: i due si toccano, stabiliscono un contatto.

Evidente è anche il ventaglio che la diagonale crea con lo stipite della casa e con i due bastoni dei pellegrini. Questa seconda figura comunica un senso di apertura nella quale confluiscono sia la Madonna che i pellegrini.


Ma, interroghiamoci un momento: quando è che si cade in ginocchio davanti ad una Madonna? Probabilmente ci si prostra quando coesistono tre D, cioè Desiderio, Disperazione e Devozione. Un Desiderio molto forte, che vale la vita stessa e che continua a non compiersi, indirizza ad una fonte di miracolo qual è la Madonna. Il Desiderio irrealizzato deve aver portato alla Disperazione profonda ed a quel punto la totale Devozione può alleviare la Disperazione e magari orientare le vicissitudini ad una attuazione del Desiderio.

Se sei desideroso, disperato e devoto sei come i pellegrini del quadro di Michelangelo Merisi: sei così in ginocchio che rischi di perdere l'equilibrio e sbattere il mento in terra. Sei così malandato che le rughe ti scucchiaiano il volto ed i piedi si incrostano. Sei così fiducioso nella Madonna che non staccheresti mai le mani giunte.

E la Madonna a cui ci si affida in queste condizioni deve essere una Signora che ti ascolta attentamente, che si protende verso di te, che ha tutta la tua umanità. La Madonna dei Pellegrini di Caravaggio ha queste caratteristiche: è una Madonna a misura d'uomo.


 

 

 

giugno 2017


EDITORIALE

di: Alberto Bortolotti

Respiro aria giornalistica fin da quando…sono nato. Faccio infatti parte di una famiglia giornalistica d’altri tempi papà Rino tra i fondatori di “Stadio“ (che poi lo zio Adalberto ha diretto) e mamma Annaluisa impiegata ai dimafoni (giovani lettori curiosi eh? Dopo ve lo spiego) hanno... (...segue +)

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